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giovedì 15 marzo 2018

New York e Penisola di Samanà (appendice caraibica a Springsteen on Broadway)



31 gennaio 2018
Ah, la Delta, che compagnia meravigliosa! L’unica forse insieme alla American in cui l’età degli aeromobili è superata solo da quella delle hostess… ma bisogna attrezzarsi per fare concorrenza ai rivali mediorientali del settore ed il prezzo del biglietto è effettivamente ottimo (534 euro per Milano – New York, stop over di tre giorni, New York – Santo Domingo e ritorno con scalo ancora al JFK). Arriviamo qui con un po’ di ritardo rispetto al previsto, espletiamo le formalità doganali con grande scioltezza rispetto al passato, perché chi è dotato di ESTA ed è già stato in USA negli ultimi anni può scannerizzare il passaporto, depositare le impronte e farsi scattare una foto improponibile, in autonomia agli appositi terminali (che obiettivamente dovrebbero funzionare un po’ meglio) e recarsi al banchetto con operatore solo per consegnare la stampa uscita dal totem, farsi mettere il timbro sul passaporto e farsi fare una sola domanda relativamente personale… a proposito di ciò fa abbastanza ridere che il severissimo trumpiano controllo dei confini nazionali venga effettuato da centro e sudamericani… vallo a capire te, quell’uomo lì.
Dal T4 dell'areoporto JFK prendiamo l’airtrain in direzione Jamaica, qui scendiamo (anche perché è il capolinea) e ci rechiamo nell’androne dove si trovano le macchinette distributrici dei biglietti ferroviari; ce ne sono alcune che funzionano solo con i contanti ed alcune che prendono anche la carta di credito e possono erogare anche i biglietti della Long Island Rail Road (LIRR) che ci interessano per raggiungere Penn Station. Non sono di utilizzo immediato, ma ci sono gli addetti eventualmente disponibili ad aiutare le persone in difficoltà: comunque bisogna scegliere One Way + Metrocard e Airtrain (per pagare anche quest’ultimo) + Offseason (poi bisognerebbe anche sapere quando scatta l’alta stagione…) il tutto per 12.5 dollaria testa.
Il treno su cui saliamo è abbastanza veloce e fa solo due fermate, perciò da Jamaica a Penn Station impiega circa venti minuti.
Manhattan è sempre incasinatissima e non si riesce a capire come ci si possa mettere al volante di auto di simili dimensioni su strade perennemente congestionate, ma tant’è. La stessa latitudine di Napoli deve aver condizionato gli automobilisti per quanto concerne l’utilizzo del clacson. Nonostante ciò l’orientamento è assai agevole, essendo la rete stradale costituita da parallele e perpendicolari progressivamente numerate, infatti in qualsiasi luogo ci si trovi è immediata la localizzazione della destinazione, chiaramente conosce none l’indirizzo. Siamo abbastanza stanchi per il viaggio, ma non abbiamo alcuna intenzione di stare chiusi in camera, nonostante sia molto bella quella che abbiamo prenotato al Riu Plaza New York Times Square sulla 46esima strada. Prenotando direttamente sul sito dell'hotel si risparmia di brutto e per meno di 130 USD a notte abbiamo una camera splendida al 26esimo piano con vista su Broadway con una colazione ottima compresa.
Nonostante la temperatura esterna sia piuttosto bassa, perciò andiamo subito alla biglietteria del Winter Garden Theatre per vedere se ci sono posti liberi ad un prezzo accettabile per il musical di School of Rock (non si perde il passaggio in televisione figuriamoci a Broadway). I biglietti ci sono quindi li acquistiamo e nell’attesa andiamo a farci un paio di Ales al McHales sulla 51esima con snacks di miniburger e ci scontriamo con i folli prezzi newyorkesi. Lo spettacolo è progettato alla perfezione da Andrew Lloyd Weber, i protagonisti sono molto preparati, i bambini suonano dal vivo e l’interprete di Tomika (Gabrielle Greene) ha una voce della madonna… Consigliatissimo.
Cazzeggiamo in giro per la città fino a raggiungere la Highline, su cui saliamo dalla 28esima, esce anche un po’ di sole quindi la passeggiata è piacevole.
Ci viene un po’ di fame e, avendo letto di un pub con una vastissima scelta di birre alla spina a pochi metri da Times square, il Connolly's Pub and Restaurant, decidiamo di andarci (ottima la rossa omonima e squisita la Smithwick’s), anche il cibo non è male, ma spendere più di 60 dollari per due birre e due piatti da pub per noi è una follia, anche perché la nostra presenza in questa città del consumismo assoluto è determinata unicamente dalla “necessità” di assistere all'imperdibile spettacolo di Springsteen on Broadway, in programma al Walter Kerr Theatre.
La sera successiva vediamo il magnifico musical Kinky boots con musiche di Cindy Lauper all'Al Hirschfeld Theatre.
Il sabato mattina lasciamo l'hotel per l'aeroporto dove ci aspetta il volo per la Repubblica Dominicana, dove abbiamo deciso di spendere qualche giorno, giusto perchè attraversare l'oceano per passare solo tre giorni al freddo non ci sembra costruttivo.
Girare il sabato mattina in città è molto più rilassante, ci sono molte meno auto in circolazione ed è possibile tenere un passo costante, senza doversi fermare ad ogni incrocio e Penn Station è molto tranquilla.
Il biglietto della LIRR per Jamaica station costa 4,20 dollari (qualcosa in meno rispetto all’andata perché è sabato) mentre l’airtrain ha 1 dollaro di maggiorazione per la ristampa della metro card; a saperlo si poteva conservare quella dell’andata e ricaricarla… eh, certo, è con questi accorgimenti che si riescono a compensare i prezzi mostruosi applicati a qualsiasi cosa…
Il volo per Santo Domingo dura 3 ore e 40 minuti perciò giungiamo nella Repubblica dominicana nel tardo pomeriggio.
Decidiamo di cambiare 100 euro in pesos al primo sportello di cambio che si incontra dopo il controllo passaporti, ma toppiamo alla grande perchè il cambio è pessimo. Più conveniente sembra essere lo sportello in zona ritiro bagagli. 
Abbiamo prenotato un’auto tramite Autoeurope all’agenzia di noleggio Firefly, affiliata Thrifty, ma al banchetto all’interno dell’aeroporto non c’è nessuno. Un tipo di un’altra compagnia prima ci dice di aspettare, poi ci consiglia di uscire dall’aerostazione e dirigerci verso gli uffici dei car rental return nel parcheggio. Finalmente raggiungiamo il nostro uomo: la versione deperita della versione deperita di Forrest Whitaker, con l’occhio ancora più spento e strabico ed una flemma che ti verrebbe voglia di raddrizzarglielo a forza di sberle, quello sguardo… Ogni frase, pronunciata con uno sforzo esasperato ed esasperante, con un tono di voce bassissimo e con cadenza del tutto noncurante del fatto che non siamo della sua medesima madrelingua, viene mal compresa ed alla richiesta di ripetere viene replicata nella stessa maniera. Ad un certo momento ci dice che l’auto sarà pronta forse dopo quindici minuti e ritorna alla mente, come un lampo, il racconto di viaggio di una tipa che aveva prenotato un’auto nello stesso aeroporto, con una compagnia teoricamente più affidabile di questa, e non l’aveva trovata e per lei era iniziata una serie di vicissitudini, che l’avevano definitivamente portata alla conclusione che questo Paese fosse inadatto e sconsigliato ai viaggiatori  indipendenti. Fortunatamente le cose per noi vanno un po’ meglio: la macchina fa il suo arrivo sul piazzale e tiriamo un sospiro di sollievo. Facciamo il classico giro della carrozzeria per controllare i danni e si farebbe prima a segnare i pochi punti sani… Sembra che sia stata guidata da Mr. Magoo, ubriaco ed inseguito dal camionista di Duel…
Vabbè, ci immettiamo sulla Avenida Las Americas e poco dopo ci fermiamo all’Hampton by Hilton dove trascorreremo la notte per evitare di guidare con il buio. La camera è decisamente cara (più di 100 euro la camera doppia), ma moderna e pulita, la colazione da dimenticare.
Per andare a Las Terrenas prendiamo l’Avenida Las Americas in direzione contraria (facciamo inversione poco più avanti rispetto all’albergo, passando sotto al cavalcavia). Ci dirigiamo quindi verso Santo Domingo, ma appena superato il casello (dove si transita senza pagare) svoltiamo a destra in prossimità del cartello arancione con l’indicazione Samanà. Imbocchiamo quella che viene definita superstrada; in realtà si tratta di una semplice strada scorrevole, con una corsia per senso di marcia. Almeno è ben asfaltata e non attraversa tutti i paesi. Ogni poco ci si ferma a pagare il pedaggio: in totale spenderemo 1000 pesos ed impiegheremo circa due ore. Se non si vuole essere fregati dagli addetti al pedaggio è obbligatorio controllare il resto e il rilascio della ricevuta.
Depositiamo i bagagli alla Casa diSergio y Cristina una guesthouse appena fuori dal paese dove abbiamo prenotato una stanza con colazione per sei notti al prezzo di circa 320 dollari, e partiamo subito alla scoperta dei dintorni.
Las Terrenas, descritto dalla solita LP come un ameno paese dalle atmosfere europee, è il solito paese caraibico incasinato e sporco, che però ha un numero elevato di ristoranti e locali gestiti da europei.
La spiaggia di El Portillo è proprio bella: molto lunga e di ambientazione selvaggia, c’è una vegetazione rigogliosa, ma la sabbia è troppo scura, per cui si offendono le cristallinità e le sfumature dell’acqua.

 El Portillo
 
Ceniamo da Mojitos che, come si può evincere dall’insegna, prepara gli omonimi cocktail con ottimi risultati ed anche i piatti sono abbastanza buoni e a prezzi accessibili. L’unico inconveniente è che viene applicata una commissione di 100 pesos per l’utilizzo della carta di credito (e sono tra i più onesti) perciò paghiamo in contanti e decidiamo di andare a cambiare altri 100 euro, ad uno dei due cambiavalute che si trovano nel centro del paese, questa volta al tariffario ufficiale.
L'uso della carta di credito è gratuito nei supermercati (a Las Terrenas ce ne sono due in sone centrale abbastanza forniti) e nei distributori di benzina.
Dopo una colazione nutriente ci rechiamo alla visita della spiaggia di Punta Bonita, che non riusciamo nemmeno a vedere bene perché inizia a piovere a dirotto e quindi teliamo. Quando il clima si decide a rimettersi in condizioni decenti ci svacchiamo sulla spiaggia marrone di Punta Popi.
 
Punta Popi
Per cena optiamo per Le tre caravelle: i piatti sembrano invitanti, soprattutto i ravioli ripieni di granchio o di aragosta, ma le salse sono troppo coprenti e lasciano solo intuire il sapore del ripieno. I prezzi, in questo caso, sono al netto della tassa e del servizio, quindi devono essere maggiorati di un bel 28%... Fortunatamente non siamo dei mangioni e ce la caviamo con 1500 pesos.
La spiaggia di Coson non è particolarmente accattivante, soprattutto con il cielo plumbeo del mattino, ma sta schiarendo un po’ e la situazione non migliora più di tanto.

 Coson
Decidiamo di fare un salto anche a Punta Bonita per vederla meglio con un po’ di luce. 
 Punta Bonita
 Punta Bonita
 Punta Bonita

Effettivamente il paesaggio acquista intensità di colore, ma la spiaggia è comunque troppo erosa dal mare e il gruppetto di cani fastidiosi e abbaianti non invoglia a fermarcisi. 
Ci troviamo molto più a nostro agio a Las Balenas che si trova poco oltre El Pueblo de Los Pescadores, dove ci sono alcuni ristoranti di cucina di pesce, in posizione scenica, ma ventosa, alcuni dei quali aperti solo a pranzo e non proprio economici.
Qui la sabbia è abbastanza grezza e scura, l’acqua non è trasparente, ma almeno c’è un bel sole che ci fa riappacificare con il pomeriggio in totale relax. La giornata di pieno sole già dal mattino ci predispone al meglio ed effettivamente la natura risplende con tutto il suo vigore: i colori sono più vividi ed anche il mare si mostra più placido e vanitoso… 
 Las Balenas
Las Balenas
Oggi El Portillo sembra una spiaggia di quelle giuste, con particolarità uniche nella zona delle mangrovie.
 El Portillo
 El Portillo
La cosa migliore di Las Terrenas sono proprio le camminate chilometriche che è possibile fare sulle spiagge incontrando pochissima gente, in particolare lungo il tratto che congiunge El portillo a Punta Popi.


El Portillo

El Portillo
 
C’è anche un centro per il Kite surf dove è bello trascorrere qualche minuto ad osservare le evoluzioni dei più esperti ed i tentativi maldestri dei neofiti.
Buona ed economica la cena da Ciccio Y Aldo sul lungomare 27 de Febrero (c/o l'ex Hotel Los Pinos).
Cosa dire quindi di questi giorni trascorsi nella Repubblica Dominicana? Che come appendice economica alla tre giorni newyorkese-siberiana è andata bene e ci ha ridato un po’ di colore e di caldo alle ossa in un brutto inverno, ma è poco cosigliabile come vacanza a sè.

Anche la gente del posto non ci è piaciuta moltissimo e soprattutto ci ha fatto abbastanza impressione la maleducazione ed il totale disinteresse per la tutela ambientale e paesaggistica, con abusivismo, discariche a cielo aperto in ogni dove e auto gigantesche ed inquinanti, totalmente inadatte alla tipologia stradale ed alle necessità.